formazione e pensiero
Quale concetto di "cura"?
Fin dai primi approcci con la psicologia, l'area clinica è sempre stata il mio principale interesse. Dal momento che l'etimologia di "clinica" (dal greco klinikḗ/tékhnē: "arte relativa a chi giace a letto") porta in sé un modello di pensiero medicalizzante di approccio alla persona "malata", a questa parola preferisco, professionalmente e umanamente, attribuire il significato di "capacità di stare a contatto con la sofferenza". Un professionista della salute mentale è guidato da teorie ed un metodo di riferimento che sono fondamentali, ma è consapevole anche di non aver bisogno di replicare un modello relazionale "medico-malato" che oggettivizzi la sofferenza in un semplice insieme di sintomi, spogliando così la persona di ogni soggettività. 
Ciò che infatti ho sempre coltivato attraverso la formazione come psicologo, è la convinzione che l'individuo ha in sé tutte le possibilità di vedere la propria sofferenza come un passaggio necessario verso un cambiamento che porta ad una maggiore autenticità e benessere.
Soffrire non è un ostacolo e nemmeno una condanna, se ci si dona gradualmente la possibilità di mettere mano a questa sofferenza e scoprirsi in un modo rinnovato di significato. 
Che tipo di relazione si instaura con lo psicologo?
Le persone che chiedono un aiuto ed un supporto psicologico hanno, prima di tutto, bisogno di sperimentare una relazione. Una relazione che sia gradualmente costruita sul non-giudizio e piena accettazione da parte del clinico di come l'altra persona è; basata, cioè, sul reale interesse ad ascoltare e coinvolgersi per capire il più possibile che cosa sta succedendo a quella determinata persona in quel determinato momento della sua vita, e come questa persona può trovare in sé le risorse per assumersi la responsabilità attiva della propria situazione esistenziale e andare incontro al cambiamento da lei realmente desiderato.
La relazione con lo psicologo non è istruttiva e tanto meno direttiva: è esplorativa. Lo psicologo offre un aiuto professionale ed un coinvolgimento effettivo, ma solo l'individuo può sapere cosa è davvero meglio per sé.
E questo perché capire cosa è meglio per noi è parte di un complesso processo di crescita e scoperta continua, non privo di difficoltà, ma che può iniziare e continuare se non deleghiamo a niente e nessuno all'infuori di noi le nostre scelte, e se interroghiamo il nostro desiderio e la nostra volontà, anche se in quel periodo della nostra vita sentiamo di non averne.
Quale metodo?
Negli anni ho maturato una forte propensione per il modello di pensiero psicodinamico, termine con il quale si cerca di racchiudere la pluralità di modelli psicoanalitici che, nella loro diversità teorica e metodologica, hanno enormemente contribuito alla conoscenza profonda della personalità nelle sue componenti sia intrapsichiche che relazionali. 
Nella mia pratica sono infatti orientato a cogliere gli aspetti di personalità, la storia e quindi l’unicità con la quale ciascun individuo rappresenta sé stesso e gestisce il suo rapporto con gli altri e il mondo. In quest’ottica, ogni vissuto o sofferenza esperita è sinonimo di una comunicazione, che bisogna saper cogliere per accedere al mondo di significati sottostanti. 
Siamo, in quanto esseri umani, portatori sani di realtà complesse, non di etichette diagnostiche e riduzionismi. Il mio compito è quello di facilitare le persone ad appropriarsi di ciò che sono a partire da sé stesse e dai momenti di crisi e di passaggio che la vita ci mette di fronte.