La sofferenza dell'individuo contemporaneo: tra libertà e paura dell'ignoto

Quasi tutti siamo in qualche misura consapevoli del fatto che, in passato, la società offriva agli individui una direzione, delle regole da seguire, una forma mentis e di valori ai quali aderire tramite pratiche, rituali e tradizioni ben precise. Pur a scapito dell'espressione individuale, molte persone erano in qualche modo confortate dal poter delegare a qualcosa di "più grande" la realizzazione di sé. Oggi, ciò che mette maggiormente e paradossalmente in crisi l’individuo, è proprio questa nuova libertà individuale acquisita.



Quando i progressi scientifici, socio-culturali e tecnologici, facendo il loro corso, sono entrati nelle nostre vite ed esistenze, nessuno ci ha informati o preparati su come poi gestire tutto questo, su cosa farcene effettivamente di tanto potere decisionale.

Le persone, oggi, hanno quanto mai bisogno di riappropriarsi del proprio senso di direzionalità: una direzionalità non più suggerita o imposta dalla struttura di una società rigida, ma creata autonomamente dal soggetto, che risulta ora “costretto” invece non ad uniformarsi ad un modello, ma a dialogare con la propria essenza. Un dialogo che, molto frequentemente, sentiamo di non riuscire a concretizzare, perché ci lascia letteralmente senza parole e confusi, dispersi e spesso in balia di una sofferenza vaga.


Cercare risposte e farci domande accettando l'ignoto


Cosa farne di tanta libertà? Che senso ha la vita? Perché si soffre di qualcosa che non si riesce ad afferrare e comprendere? Sono solo alcune delle domande che la persona, oggi, più o meno consapevolmente, potrebbe porsi. E ciascuno avrà le sue domande, decisamente più uniche e specifiche di quelle sopra riportate, che possono condurre gradualmente alla scoperta di sé, che non è mai data per certa ma sempre in continua evoluzione e movimento.

Il punto è, quindi, non tanto arrivare a qualcosa di predeterminato, una risposta univoca e tautologica, ma di mettersi in cammino, di restare in movimento, di restare vivi per sentirsi vivi. Si tratta di accettare il dubbio e l'ambiguità, abbracciare i propri paradossi, e continuare a perseverare, ponendosi le giuste domande, per arrivare col tempo a sperimentare una maggiore serenità nel dialogo con noi stessi e gli altri.


Le risposte automatiche ad una libertà destabilizzante


Ma come gestiscono le persone, generalmente, tutto questo? Molto frequentemente le persone mettono in atto comportamenti, atteggiamenti e modi di essere che ostacolano, di fatto, la presa di coscienza della propria responsabilità nei confronti di una libertà che terrorizza.


A volte possiamo sentirci "costretti" a far cose che, in realtà, approdando ad una consapevolezza maggiore, capiamo di non voler realmente fare. E ciò può riguardare anche ambiti che, almeno apparentemente, ricerchiamo per un qualche piacere o gratificazione (ad esempio la ricerca continua di partner sessuali, lo shopping, il bisogno continuo di vederci con altre persone etc.).

Sono tutti atteggiamenti e comportamenti, modi di vivere automatici e spontanei che mettiamo in atto per alienarci dal nostro stesso pensiero. Persino il lavoro compulsivo, realtà così socialmente accettata e anzi auspicata dal nostro modello di società basato sulla produzione e sulla performance impeccabile, può fungere a tale scopo. Non si tratta di un processo decisionale razionale e/o cosciente, di scegliere cosa fare per non pensare, in quanto la sensazione ed il vissuto più frequente è proprio quello di un automatismo, un'esigenza che richiede immediato soddisfacimento, un'onda che cavalchiamo non appena si presenta.

Forse oggi l'aspetto contemporaneo che maggiormente ha messo in evidenza la crisi che sta al di sotto di tutto questo "fare spasmodico", è stato proprio il lockdown: le persone si sono dovute fermare, hanno avuto più tempo per pensare.


Presa di coscienza e responsabilità come processo unico per ogni individuo


Quanto detto deve essere preso a semplice titolo esemplificativo e, come qualsiasi discorso che non parte dall'analisi specifica e individuale di ciascuno, deve essere considerato come un discorso generale da prendere con le pinze.

Ognuno avrà i suoi modi, le proprie consapevolezze, i propri vissuti e, nessuna considerazione, per quando sensata e lineare possa sembrarci, può esaurire la veridicità della condizione esistenziale di ogni persona, che è sempre unica e irripetibile.

Una cosa però, al momento, sembra essere certa: che oggi tutti noi siamo chiamati a fare qualcosa di noi stessi, di fronte ad una società che ci fa sentire più liberi ma anche più incerti, più soli.

Prendere coscienza della propria responsabilità individuale nei confronti della propria esistenza, ci mette forse di fronte ad uno dei compiti più complessi e affascinanti dell’umanità. Un’impresa che, come tutte le altre imprese umane verso l’ignoto, genera paura e ci immobilizza, ma è possibile affrontarla.



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