Perché non riesco a cambiare?

Il concetto di "cambiamento" in ambito psicologico è tra i più controversi. Molti approcci terapeutici lo danno per scontato: la persona, per non soffrire più, è chiamata a lavorare su di sé per cambiare alcuni dei suoi atteggiamenti e aspettative "disfunzionali" e sostituirli con altri più "funzionali". Ma ci siamo mai chiesti il senso di tutto ciò? Disfunzionale rispetto a chi o cosa? Cerchiamo di fare una riflessione critica e costruttiva a partire proprio da quest'ultima domanda.


Disfunzionale rispetto a chi o cosa?


Dietro il ragionamento esplicito e condivisibile dell'andare dallo psicologo per non stare più male, vi è un implicito non trascurabile: "io sono fatto male, disfunzionale, c'è qualcosa che non va in me e vado da qualcuno esperto per farmi mettere a posto". Un ragionamento implicito che, se ci pensate, è intriso di un'ottica riparativa e prestazionale.

Prestazionale perché, dal lato della persona sofferente, la sofferenza è vista e soprattutto trattata come un ostacolo alla capacità di essere efficiente, di produrre, e non solo riferito al mondo lavorativo, ma anche a quello più personale e intimo dei rapporti sentimentali (che hanno sempre in qualche modo un riflesso di tipo sociale). Si tratta di un ragionamento intrinsecamente radicato nella nostra cultura, fin dalla famosa citazione di Freud, che affermava che l'assenza di psicopatologia consiste nella capacità dell'individuo di "amare e lavorare".

Inoltre, quest'ottica è riparativa perché pone lo psicologo nel ruolo di chi appunto ripara, come se detenesse soluzioni pratiche e veloci che tolgano la sofferenza, al limite di un intervento chirurgico che deve togliere un tumore da un organismo afflitto. Se adottiamo questo modo di vedere le cose, il rapporto con la persona sofferente diventa di tipo medico e direttivo: io psicologo so quale è il bene per te che stai soffrendo.

Tutto ciò è intrinsecamente sbagliato.

Sbagliato non perché non sia sensato pensare che una persona voglia liberarsi dal proprio dolore e desideri ritornare ad "amare e lavorare". Non perché effettivamente alcuni nostri comportamenti non innescano sofferenza in noi e negli altri. Ma è sbagliato se pensiamo che, adottando quest'ottica, aiuteremo davvero la persona sofferente a stare meglio. In un certo senso, lo psicologo "sa" qual è il bene dell'altro che soffre, ma non è un sapere a livello di contenuti: non è un sapere esauribile nella proposta di soluzioni pratiche, o nel volere che l'altro faccia determinate cose e inizi a pensare in un determinato modo. Un bravo psicologo sa che deve essere molto critico e autoriflessivo quando pensa che un qualcosa di specifico possa essere "il bene" per la persona che soffre. Questo modo di fare corrisponde più ad un adeguare l'altro alle proprie aspettative di funzionalità e salute e non rispetta la soggettività dell'altro.

Il sapere che detiene lo psicologo è quindi di tipo più qualitativo e processuale, un processo che è lasciato in mano alla persona che soffre, in modo tale che sia questa, accompagnata con metodo e umanità, a prendere in mano la propria sofferenza per arrivare a capire quali possano essere le proprie soluzioni. Lo psicologo ha da offrire un atteggiamento mentale ed uno spazio in cui la persona sofferente possa incuriosirsi rispetto alla propria sofferenza, nonostante la paura che tutto ciò possa generare.

La strada è tortuosa, spesso annebbiata e si procede a tentoni e con cautela, ma è l'unica percorribile perché è quella più autentica: non è una strada precostruita dal professionista, ma dalla persona sofferente, che è l'unica in ultima analisi a poter detenere potere decisionale su di sé, anche se in quel momento sente di non averne.


Lo psicologo: un bisturi contro la sofferenza?


Riprendendo la metafora medica di prima, lo psicologo non si pone quindi medicalmente come un esperto che rimuova la sofferenza mentale con un bisturi. Siamo sì una categoria socio-sanitaria, perché ci prendiamo cura con metodo e responsabilità delle persone che soffrono psicologicamente, ma non possiamo operare come chirurghi della mente.

Ma allora quali competenze offre concretamente uno psicologo?

Sicuramente un sapere di tipo metodologico sta nel fatto di non trattare la sofferenza come qualcosa da rimuovere, ma come un segnale intriso di un valore immenso per poter capire l'altro. Si tratta di vedere la sofferenza come un passaggio necessario verso un maggior benessere. Si tratta di accompagnare l'individuo ad appropriarsi del suo star male, non nel senso di una condanna perpetua a stare male, ma di una sofferenza che venga vissuta come trasformativa e non fine a sé stessa, insensata.

Affrontare la sofferenza significa imparare a non demonizzarla e a vederla per quello che è, di constatare che nella vita non possiamo immunizzarci alla sofferenza: come una barca in mezzo al mare, ci saranno sempre onde più forti che ci daranno scossoni, onde che ci accompagneranno dolcemente, o vere e proprie tempeste. Il mare è la metafora di una vita che continuerà a scorrere, ad agitarci e a cullarci, a offrirci bellezza e angosce, con la sua imprevedibilità bellissima e a volte terrificante.

Si tratta, in sostanza, di ridare dignità e cittadinanza alla sofferenza, di darle forza generatrice e trasformatrice e non di attanagliante dolore che blocca e distrugge ogni speranza di crescita.


Quale tipo di cambiamento?


E qui, avviandomi alla conclusione, vorrei tornare al titolo dell'articolo: perché non riesco a cambiare? E quindi alla difficoltà esperita dalle persone quando capiscono di non riuscire a cambiare il loro modo di essere, a "smettere di soffrire".

Le persone molto spesso si fanno questa domanda, e giustamente ne soffrono. Ne soffrono perché il cambiamento che si (im)pongono è di tipo prestazionale, funzionale e, soprattutto, intriso di un atteggiamento espulsivo nei confronti della sofferenza. Non si può cambiare togliendo diritto di cittadinanza a qualcosa (la sofferenza) che fa parte di noi e che dice di noi: siamo chiamati a trovare il coraggio di porci in ascolto, divenire curiosi di ciò che ci accade dentro e fuori, nel bene e nel male.

Quando il corpo sta male ce lo dice col dolore fisico: per fortuna esistono gli analgesici! Ma ciò non toglie il significato del dolore, e cioè quello di segnalare che qualcosa non va. La sofferenza mentale ha più o meno la stessa funzione ma richiede un approccio diverso, che non consiste certo in quello di spegnerla e basta: bisogna lavorarci insieme, entrarci in contatto, perché possa disvelare la sua funzione trasformatrice.

Se un cambiamento ci sarà, si tratterà infatti di una gestazione che avrà i propri tempi e contenuti che non dipendono da ciò che si prefigge lo psicologo, ma da quello che l'individuo di volta in volta scoprirà di sé nel farsi carico attivamente del suo star male. Un farsi carico attivo che passa innanzitutto dall'accettarsi per come si è, nel bene e nel male, per liberare il campo a significati rinnovati di speranza.



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